Entro nell'Ufficio Postale di Dongo alle 11,50.
Devo far apporre una data certa, il timbro postale che certifica la data di stipula di un contratto.
La mia Banca non ha ancora implementato la procedura informatica delle date certe per questo tipo di documento (vedi Fenomenologia della Filiale Italiana di una Banca Estera, ma questo è un altro discorso).
C'è un'unica impiegata ma solo tre persone, sono fiducioso. Le due ragazze marocchine con un passeggino sono evidentemente insieme, la mia fiducia aumenta.
La fiducia però crolla improvvisamente quando realizzo che A., l'impiegata, non sta servendo i clienti, ma rimbalza freneticamente tra lo sportello e l'archivio, tra una porta secondaria e gli scaffali, tra cassette di plastica gialla, distinte e sigilli: deve preparare prima di mezzogiorno l'invio della posta di giornata. Un furgone altrettanto giallo passerà a prenderla.
Alle 12,05 una signora di mezza età si avvicina finalmente allo sportello. Il versamento di un'imposta fila via liscio. Il tentativo di prelevamento di una ingente somma in contanti si scontra invece con la normativa antiriciclaggio, sulla quale si apre una discussione degna di un doppio passaggio alle Camere. Per fortuna la signora accetta il suggerimento di tornare a casa a prendere i dati del beneficiario, cui fare domani un vaglia circolare. Operazione che, a malincuore, mi perderò.
Alle 12,12 tocca ad una delle ragazze con il passeggino che, manco a dirlo, deve inviare dei soldi all'estero. La cassiera non è certo Lisbeth Salander, e non ha un MacBookPro potenziato, le tocca smanettare un bel po' su moduli e tastiera.
Ancora una volta la buona sorte viene in mio aiuto: la ragazza ha lasciato a casa altri documenti che doveva consegnare, tocca subito a me. Dopotutto sono qui solo da mezz'ora.
Per la data certa su un foglio unico si applica un semplice francobollo, l'impiegato della Posta mette un timbro, e quasi sempre è finita li. Ma il mio contratto ha sei pagine, la tariffa va a peso.
Due euro e cinquantacinque, però! L'azione di Poste Italiane avrà avuto un sobbalzo, in Borsa.
- Ah, ma voi volete i francobolli! Ma come faremo? Non esiste il francobollo da 2,55! - esclama A. cercando una soluzione
- Guardi Signora che va bene anche il francobollo automatico, basta che poi mi metta il timbro - dico io
- Eh no, non si può - ribatte lei - ma non si preoccupi.
Rinuncio a capire, e anche a preoccuparmi. Chissà quale regolamento vieta l'apposizione congiunta di francobollo automatico e timbro.
Un rumore di cassetti e ante nel retro dell'ufficio fa da premessa alla trionfale apparizione, quattro minuti dopo, di un francobollo da 80 cent dedicato alla Vernaccia di San Gimignano, con immagine di vigneti sormontata da grappolo di uva bianca e sagoma di torri sullo sfondo.
Nel registro della cassa c'è una vecchia marca da 25 cent, quindi basta tornare di là a prendere un francobollo classico di Posta Prioritaria da 1,50 e in soli sei minuti il gioco è fatto. Ma...
I francobolli utilizzati devono essere cancellati da un registro cartaceo, uno ad uno. Ed essere caricati a computer. Uno ad uno.
E applicati al documento. Difficile raggiungere una tale perfezione senza compasso, goniometro e rilevatore satellitare.
- Guardi che anche se lo mette un po' storto l'uva non cade - penso - ma anche qui rinuncio, questa volta a parlare.
I quattro timbri finalmente apposti sono invece un inno alla vecchia scuola dei timbratori postali, quelli di prima della meccanizzazione (vedi il capitolo su Porlezza, ma questo è un altro discorso).
Alle 12,35 esco dall'Ufficio Postale.
Sono soddisfatto, un altro capitolo è stato scritto.

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