martedì 28 settembre 2010

Inception


Il cinema è sogno. Entri in sala e si attiva la sospensione dell’incredulità.
Disappunto. In multisala, dove devi prima superare l’incubo di mezz'ora di pubblicità e trailer.
In un imprecisato presente, Dom Cobb ed il suo gruppo sfruttano la tecnologia e raffinate capacità mentali per costruire ambientazioni e sceneggiature da innestare nel sonno altrui, allo scopo di carpire informazioni o per altre attività poco lecite. Uno è l'architetto, che progetta costruzioni così ben fatte da far credere alla vittima designata di essere sveglia e vivere realmente quello che gli sta succedendo in sogno, un sogno che l'altro popola con le proiezioni della propria realtà onirica. Di nuovo sospensione dell'incredulità.
Agli infiltrati rimane solo un oggetto molto personale, un totem, per non fare la stessa fine dei propri bersagli, per poter verificare all'occorrenza dove finisce il sogno, un ancoraggio alla realtà. Non casualmente un oggetto che è gioco e sorte: una trottola, un dado, uno scacco.
La missione impossibile diventa impiantare non solo un ambiente ma un'idea, facendo credere al soggetto che sia propria. Il disappunto di un padre, l'orgoglio di un figlio. Perchè questa si radichi l'incredulità deve essere sospesa ad almeno tre livelli di profondità. Dalla realtà del film, in top class su un aereo di linea, al primo livello, una città piovosa. Dal secondo livello, Mister Charles, al terzo, un ospedale su una montagna innevata. Poche ore reali per un sogno lungo anche dieci anni, forse più, dal quale si rischia di non riuscire a tornare. Perchè c'è un quarto livello, forse imprevisto, il livello più profondo e insidioso, quello che molto tempo prima fu di Cobb e della moglie Mal. Quello che può dare allo stesso Cobb la possibilità di riscattarsi, ma a che prezzo?
Intervallo: siamo al livello zero, la realtà fuori dal film. Il massimo che la ragazza riesce a chiedersi è solo come facciano i protagonisti della pellicola ad addormentarsi così rapidamente. Ma lei gode coi reality, nella sala accanto ci sono i Vanzina, forse l'aspettavano.
Macerarsi nel dubbio, come Il Cavaliere Oscuro. L'illusione per la mente che maschera la realtà di un corpo sedato e derubato, come in Matrix. Un nome, Dom, come l'amico da raggiungere in Fandango, altra storia di viaggio allo stesso tempo reale e interiore. Due fottuti irlandesi, padre e figlio, come Nel Nome del Padre, da cui prende in prestito anche un attore. Pellicole in cui il rischio è friggersi la mente, come Johnny Mnemonic e Strange Days. Un inseguimento sincopato tra le abitazioni, come in Point Break, e al mercato, come nel primo episodio della saga di Indiana Jones. Un piano maledettamente ben congegnato e simpaticamente criminale, come in Ocean 11. Christopher Nolan, in un cinema di rimandi e citazioni, riesce attraverso un film costruito come un blockbuster, ma non del tutto, ad invitare lo spettatore disposto a farlo a riflettere su quanto è labile il confine tra realtà e finzione, tra fatto e percezione. Come ad esempio la pubblicità o la televisione possano plasmare le menti o manipolare le masse. Come certa politica possa far passare per scontate idee che avrebbero fatto rabbrividire pochi decenni prima.
Pubblico di Amici, torna pure alla tua realtà. Per sfuggire al controllo bisogna far fatica, è molto più comodo scegliere la pillola blu. Per risalire bisogna arrivare in fondo. Vero Dom Cobb?

domenica 19 settembre 2010

Dieci Passi

Me ne stavo defilato, rivolto verso il muro, in un punto assolutamente tranquillo e sufficientemente illuminato della Biblioteca Comunale, tale da consentirmi di sviscerare dal XVII Canto dell'Inferno come facessero gli usurai, violenti contro l'arte, a sopportare il supplizio di una implacabile pioggia di fuoco, dalla quale invano cercavano di proteggersi con le mani.

La donna mi superò e si mise a sedere due tavoli più in là, in disparte, le spalle contro la parete e orientata verso la porta, con aria sospettosa, fingendo di leggere distrattamente un volume, in apparenza di cucina, di cui non leggevo completamente il titolo, “...ette per il barbecue”, in evidenza su un'immagine di braci. Era bellissima nel suo vestito scarlatto.

Sobbalzò ad un frastuono improvviso, quando fuori dall'ingresso una Harley Davidson nera con lingue di fuoco arancioni dipinte sul serbatoio spezzò il pesante silenzio che avvolgeva le sagome assorte nella lettura.

La tuta di pelle nera dell'uomo andato a sedersi di fronte a lei riprendeva il disegno della motocicletta, due vampe sulle spalle rivolte verso di me.
“Non fare la furba, ci dovete ancora più di duecentomila franchi!”
“Ma ce ne avete prestati settantamila solo due mesi fa, e ho quasi perso il conto di quanti ve ne abbiamo già ridati...”
“Potevi pensarci prima, e dire a quel fallito di continuare a fare il pompiere invece di montarsi la testa! Ricordati che sappiamo bene a che ora esce da scuola vostra figlia...”

L'esasperazione doveva essere tanta, perché all'improvviso una pioggia di fuoco si abbatté su quel tizio arrogante, trapassandolo e arrivando a sfiorarmi. Fiamme in biblioteca.

Incurante dell'ambiente nel quale mi trovavo accesi una sigaretta.

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