martedì 9 marzo 2010

Invictus


Come Nelson Mandela, primo Presidente nero del SudAfrica, ha sfruttato i campionati del mondo di rugby, ospitati nel 1995, per dare impulso alla riconciliazione nazionale, in un Paese che voleva superare faticosamente i tempi bui dell'apartheid e del boicottaggio internazionale, politico, economico e sportivo.
Al vecchio Freeman mancava solo di essere Mandela, un uomo libero anche durante ventisette anni di carcere, per rendere onore al suo nome. Un altro grande vecchio gliene ha dato la possibilità: Clint, il rugby dopo la boxe (Million Dollar Baby).
Il rugby come calcolo politico, volto a non perdere definitivamente una minoranza bianca che comunque, nonostante l'abolizione delle odiose leggi segregazioniste, controllava ancora vasti settori del Paese. Quello che Mandela non voleva era andare necessariamente allo scontro.
Il rugby come metafora della (ri)costruzione di una Nazione. Nello sport come nella vita non si gioca mai al 100%, citando il capitano degli Springboks, Francois Pienaar, cui Mandela ha chiesto l'appoggio, e bisogna esser pronti a cambiare la mentalità per adeguarsi ai tempi che cambiano e costruire qualcosa, aiutare a costruire qualcosa di ancora più grande. One team, one Country.
Non si può chiedere e imporre agli altri di cambiare se non si è capaci di cambiare sé stessi, soprattutto se sono le circostanze ad imporlo. Nel momento in cui una maggioranza, la maggioranza nera oppressa, che ha sempre tifato contro gli Springboks, simbolo dell'oppressore, qualunque fosse l'avversario, viene portata a sostenere la stessa odiata squadra nazionale anche se non ha abbandonato i suoi colori, per una minoranza storicamente abituata a dominare non deve essere impossibile collaborare con il nuovo potere politico e sostenere la crescita di un'unica Nazione.
Andare oltre ogni aspettativa non è sufficiente, non basta andarci vicini. Good luck Bokke e Nkosi Sikelel' iAfrika (Dio benedica l'Africa): i cori dei tifosi e il nuovo inno nazionale sudafricano, cantato da decine di migliaia di persone entusiaste, contro la Haka degli All Blacks neozelandesi, in apparenza invincibili. Il rinforzo è reciproco. Una squadra fino a pochi mesi prima allo sbando, un Paese estremamente diviso. Una Coppa del Mondo, un'unica Nazione.
Anche se i problemi certo non finiscono al fischio dell'arbitro.

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