mercoledì 29 dicembre 2010

Up In The Air


La sera del giorno in cui Gio Cleis volava in cielo come il fumo della sua milionesima sigaretta, il caso ha voluto che nel mio DVD girasse "Tra Le Nuvole", road "fly" movie con George Clooney.
Lo conoscevo appena, altri che mi sono cari ne hanno sofferto di più.

sabato 11 dicembre 2010

Citazione


Perchè diventare capo?
Per essere più schiavo?

Tipello

lunedì 29 novembre 2010

Il Tempo Che Ci Rimane


Totentanz.
Come una danza, il film di Elia Suleiman attraversa quel che rimane della Palestina dalla creazione dello Stato di Israele, nel 1948, ai giorni nostri. L'impossibile convivenza tra i palestinesi che si trasformano in arabo-israeliani e gli ebrei del sionismo. Una danza macabra, dove la vita non è vita e la morte non è morte.
Il regista mette in scena la rappresentazione del proprio sogno con un certo nonsense ed una buona dose di ironia, attraverso la vita quotidiana ed i gesti rivoluzionari di almeno due generazioni della propria famiglia e dei suoi strambi vicini. Donne e uomini che hanno voluto restare a Nazareth nonostante e a causa della presenza ebraica in quella che non smettono di considerare la propria terra.
Non un film politico ma piccoli fatti quotidiani che possano strappare una riflessione ed un sorriso amaro.
Accompagnato da musiche fenomenali, a caratterizzare ogni epoca storica in cui si snodano i fatti.

venerdì 29 ottobre 2010

Addio Nestor


Amico argentino.
Compagno di viaggio, comunista e peronista.

Il tuo commento mi ha emozionato immensamente, non trovavo giusto non condividerlo e così mi hai dato il permesso di pubblicarlo.

Chissà che la forza d'animo che ti anima, e che ha animato Kirchner negli anni difficili del default argentino, non possa regalarci una persona dello stesso carisma e svegliare gli italiani dall'incredibile torpore che li avvolge.

Certo, tu dici che chi dovesse leggere probabilmente non capirebbe, senza conoscere tutta la storia. Ma risvegliare la curiosità anche solo di uno mi sembrerà già aver vinto una battaglia!

Adios Nestor

A Nestor Kirchner


Querido amigo,
poco a poco me estoy reponiendo del estupor y la sorpresa que me invadió al enterarme ayer a la tarde de la muerte de Kirchner. Ahora muchos van a derramar lágrimas de cocodrilo, pero en sus fueros internos bailan de alegría y gritan “viva el infarto”, como en el '53 escribían en las paredes “viva el cáncer” – que estaba matando a Evita.

Pero son unos pocos, una inmensa minoría de nuestra querida argentina.
Son las 200 familias y las grande corporaciones mediáticas. El resto, todo el país despide acongojado a quien tuvo el coraje y la valentía de “pegarle al chancho, para que salte el patrón”, y el patrón salto.
Y les vimos las caras. Y vimos su odio.

Néstor Kirchner fue el primer presidente democráticamente electo que me hizo sentir que lo que siempre había considerado un sueño era posible. Acabar con las amnistías y propiciar el juicio a los genocidas. Poner límites al FMI. Impulsar una Corte Suprema de Justicia que fuese verdaderamente independiente, y por ende lo contrario de la Corte del faraón Menem. Kirchner valoró y colaboró con las organizaciones de derechos humanos.
Fue un presidente que respetó las protestas populares, logrando que una policía brava obedeciese el mandato de no reprimir. (Sus antecesores inmediatos, Duhalde y De la Rúa, se fueron dejando detrás suyo un tendal de muertos.)
Hasta la presidencia de Kirchner, la Argentina se contagiaba de inmediato de cualquier crisis económica. Las últimas crisis, se toparon por primera vez con una Argentina saludable.
Decir entonces que en la Argentina hay un antes y un después de Kirchner es, pues, simplemente ser respetuosos de la verdad.

Pero, cuanto costo este presente con futuro.
Cuanto costo aprender a vivir el hoy seguros de que el mañana sera aun mejor. Cuanto costo aprender a respetar a quienes protestaban, sobre todo cuando los que protestaban eran “ellos” los blancos ricos terratenientes, que se permitían el cinismo de pedir, eso si, represión cuando los que protestaban eran los “negros de siempre”.
Claro que no todo esta echo. Claro que tenemos aun asignaturas pendientes. Pero cuanto camino hicimos. Hicimos en estos ultimos años tanto camino que los que el país no recorrió en décadas anteriores a partir del 55. Y eso es lo que vale.
Muchos sueños se cumplieron. No todos. Pero estamos en el camino justo. No podemos a abandonar hora.
Tenemos que seguir adelante. Todos los que verdaderamente nos sentimos argentinos queremos eso. Aca se trata de elegir que país queremos. Por eso tanto odio. Porque hoy estamos aprendiendo a ver quienes son los enemigos, los dueños del chancho.
Y el futuro es nuestro, a condición que sepamos distinguir muy ... pero muy bien al enemigo.

Ricardo Ipuche.
Abogado y revolucionario.

mercoledì 20 ottobre 2010

Buried


Sopravvalutato.

Una inquadratura fissa a rappresentare il fallimento della politica e del modello sociale statunitense. Fallimento nelle sue guerre in giro per il mondo, fallimento nel proteggere il futuro dei propri cittadini, laggiù o a casa.
Piccoli uomini dentro la macchina bellica, squali delle multinazionali, famiglie distrutte, sofferenza.
Comunque un gran bel film. Sopravvalutato ci voleva, ma vale in particolare per il finale. Trailer e recensioni ne dovrebbero parlare meno. Ci arrivi senza pensarci e lo prendi com'è.

Come i tarantiniani Black Mamba e Nick di CSI, una volta sotto alcuni metri di terra anche Paul usa i migliori mezzi tecnici a sua disposizione per cercare di liberarsi. Un telefonino collegato al mondo globale sostituisce le arti marziali e la miglior squadra di polizia scientifica che si possa avere. Con alterni risultati.

Antefatto: continua la mia lotta personale con i multisala (non dico quale ma è tra Villa Guardia e Grandate). Il film è programmato alle 10,30 ma come al solito inizia alle undici. Non basta pagare otto euri (di più se in 3D), devi anche sorbirti pubblicità e trailer per mezzora e, se vuoi bere, lasciare 3 e 60 per una bibita alla macchinetta. Ma se per qualunque motivo arrivi alle 10 e 40 il ragazzino alla cassa ti tratta come se non fossi tu a sponsorizzare i quattro soldi che gli danno...
Viva le sale decadenti e fumose !

20102010

Sono anni così.
Il paradiso dei palindromi (e affini).

martedì 28 settembre 2010

Inception


Il cinema è sogno. Entri in sala e si attiva la sospensione dell’incredulità.
Disappunto. In multisala, dove devi prima superare l’incubo di mezz'ora di pubblicità e trailer.
In un imprecisato presente, Dom Cobb ed il suo gruppo sfruttano la tecnologia e raffinate capacità mentali per costruire ambientazioni e sceneggiature da innestare nel sonno altrui, allo scopo di carpire informazioni o per altre attività poco lecite. Uno è l'architetto, che progetta costruzioni così ben fatte da far credere alla vittima designata di essere sveglia e vivere realmente quello che gli sta succedendo in sogno, un sogno che l'altro popola con le proiezioni della propria realtà onirica. Di nuovo sospensione dell'incredulità.
Agli infiltrati rimane solo un oggetto molto personale, un totem, per non fare la stessa fine dei propri bersagli, per poter verificare all'occorrenza dove finisce il sogno, un ancoraggio alla realtà. Non casualmente un oggetto che è gioco e sorte: una trottola, un dado, uno scacco.
La missione impossibile diventa impiantare non solo un ambiente ma un'idea, facendo credere al soggetto che sia propria. Il disappunto di un padre, l'orgoglio di un figlio. Perchè questa si radichi l'incredulità deve essere sospesa ad almeno tre livelli di profondità. Dalla realtà del film, in top class su un aereo di linea, al primo livello, una città piovosa. Dal secondo livello, Mister Charles, al terzo, un ospedale su una montagna innevata. Poche ore reali per un sogno lungo anche dieci anni, forse più, dal quale si rischia di non riuscire a tornare. Perchè c'è un quarto livello, forse imprevisto, il livello più profondo e insidioso, quello che molto tempo prima fu di Cobb e della moglie Mal. Quello che può dare allo stesso Cobb la possibilità di riscattarsi, ma a che prezzo?
Intervallo: siamo al livello zero, la realtà fuori dal film. Il massimo che la ragazza riesce a chiedersi è solo come facciano i protagonisti della pellicola ad addormentarsi così rapidamente. Ma lei gode coi reality, nella sala accanto ci sono i Vanzina, forse l'aspettavano.
Macerarsi nel dubbio, come Il Cavaliere Oscuro. L'illusione per la mente che maschera la realtà di un corpo sedato e derubato, come in Matrix. Un nome, Dom, come l'amico da raggiungere in Fandango, altra storia di viaggio allo stesso tempo reale e interiore. Due fottuti irlandesi, padre e figlio, come Nel Nome del Padre, da cui prende in prestito anche un attore. Pellicole in cui il rischio è friggersi la mente, come Johnny Mnemonic e Strange Days. Un inseguimento sincopato tra le abitazioni, come in Point Break, e al mercato, come nel primo episodio della saga di Indiana Jones. Un piano maledettamente ben congegnato e simpaticamente criminale, come in Ocean 11. Christopher Nolan, in un cinema di rimandi e citazioni, riesce attraverso un film costruito come un blockbuster, ma non del tutto, ad invitare lo spettatore disposto a farlo a riflettere su quanto è labile il confine tra realtà e finzione, tra fatto e percezione. Come ad esempio la pubblicità o la televisione possano plasmare le menti o manipolare le masse. Come certa politica possa far passare per scontate idee che avrebbero fatto rabbrividire pochi decenni prima.
Pubblico di Amici, torna pure alla tua realtà. Per sfuggire al controllo bisogna far fatica, è molto più comodo scegliere la pillola blu. Per risalire bisogna arrivare in fondo. Vero Dom Cobb?

domenica 19 settembre 2010

Dieci Passi

Me ne stavo defilato, rivolto verso il muro, in un punto assolutamente tranquillo e sufficientemente illuminato della Biblioteca Comunale, tale da consentirmi di sviscerare dal XVII Canto dell'Inferno come facessero gli usurai, violenti contro l'arte, a sopportare il supplizio di una implacabile pioggia di fuoco, dalla quale invano cercavano di proteggersi con le mani.

La donna mi superò e si mise a sedere due tavoli più in là, in disparte, le spalle contro la parete e orientata verso la porta, con aria sospettosa, fingendo di leggere distrattamente un volume, in apparenza di cucina, di cui non leggevo completamente il titolo, “...ette per il barbecue”, in evidenza su un'immagine di braci. Era bellissima nel suo vestito scarlatto.

Sobbalzò ad un frastuono improvviso, quando fuori dall'ingresso una Harley Davidson nera con lingue di fuoco arancioni dipinte sul serbatoio spezzò il pesante silenzio che avvolgeva le sagome assorte nella lettura.

La tuta di pelle nera dell'uomo andato a sedersi di fronte a lei riprendeva il disegno della motocicletta, due vampe sulle spalle rivolte verso di me.
“Non fare la furba, ci dovete ancora più di duecentomila franchi!”
“Ma ce ne avete prestati settantamila solo due mesi fa, e ho quasi perso il conto di quanti ve ne abbiamo già ridati...”
“Potevi pensarci prima, e dire a quel fallito di continuare a fare il pompiere invece di montarsi la testa! Ricordati che sappiamo bene a che ora esce da scuola vostra figlia...”

L'esasperazione doveva essere tanta, perché all'improvviso una pioggia di fuoco si abbatté su quel tizio arrogante, trapassandolo e arrivando a sfiorarmi. Fiamme in biblioteca.

Incurante dell'ambiente nel quale mi trovavo accesi una sigaretta.

www.castellidicarta.ch/index.php?p=2010

martedì 9 marzo 2010

Invictus


Come Nelson Mandela, primo Presidente nero del SudAfrica, ha sfruttato i campionati del mondo di rugby, ospitati nel 1995, per dare impulso alla riconciliazione nazionale, in un Paese che voleva superare faticosamente i tempi bui dell'apartheid e del boicottaggio internazionale, politico, economico e sportivo.
Al vecchio Freeman mancava solo di essere Mandela, un uomo libero anche durante ventisette anni di carcere, per rendere onore al suo nome. Un altro grande vecchio gliene ha dato la possibilità: Clint, il rugby dopo la boxe (Million Dollar Baby).
Il rugby come calcolo politico, volto a non perdere definitivamente una minoranza bianca che comunque, nonostante l'abolizione delle odiose leggi segregazioniste, controllava ancora vasti settori del Paese. Quello che Mandela non voleva era andare necessariamente allo scontro.
Il rugby come metafora della (ri)costruzione di una Nazione. Nello sport come nella vita non si gioca mai al 100%, citando il capitano degli Springboks, Francois Pienaar, cui Mandela ha chiesto l'appoggio, e bisogna esser pronti a cambiare la mentalità per adeguarsi ai tempi che cambiano e costruire qualcosa, aiutare a costruire qualcosa di ancora più grande. One team, one Country.
Non si può chiedere e imporre agli altri di cambiare se non si è capaci di cambiare sé stessi, soprattutto se sono le circostanze ad imporlo. Nel momento in cui una maggioranza, la maggioranza nera oppressa, che ha sempre tifato contro gli Springboks, simbolo dell'oppressore, qualunque fosse l'avversario, viene portata a sostenere la stessa odiata squadra nazionale anche se non ha abbandonato i suoi colori, per una minoranza storicamente abituata a dominare non deve essere impossibile collaborare con il nuovo potere politico e sostenere la crescita di un'unica Nazione.
Andare oltre ogni aspettativa non è sufficiente, non basta andarci vicini. Good luck Bokke e Nkosi Sikelel' iAfrika (Dio benedica l'Africa): i cori dei tifosi e il nuovo inno nazionale sudafricano, cantato da decine di migliaia di persone entusiaste, contro la Haka degli All Blacks neozelandesi, in apparenza invincibili. Il rinforzo è reciproco. Una squadra fino a pochi mesi prima allo sbando, un Paese estremamente diviso. Una Coppa del Mondo, un'unica Nazione.
Anche se i problemi certo non finiscono al fischio dell'arbitro.

lunedì 8 marzo 2010

Se vi piace, chiamatemi Oscar

Non che abbia sempre importanza il Premio assegnato dall'Academy, troppo spesso legata al business in una Hollywood in crisi di idee e disperatamente aggrappata agli effetti speciali ed al genere documentaristico.
Guarda caso le finaliste di stanotte.
Ma i complimenti a Kathryn Bigelow li voglio fare lo stesso, legato come sono a questa regista sin dai tempi del trittico, The Loveless, Near Dark, Blue Steel, dell'esplosione con Point Break e della consacrazione con Strange Days.

lunedì 1 febbraio 2010

Palindromo

01022010
da sinistra a destra e da destra a sinistra, un po' come mastella

ma, per estensione:
OIOZZOIO
anche da nord a sud e da sud a nord, come le ricchezze e le persone

giovedì 14 gennaio 2010

Haiti

La Natura si sta difendendo, ci spazzerà via.
I primi a rimetterci sono, come sempre, i più poveri. Ma un uragano, o un terremoto, o cos'altro, non sempre avranno questo occhio di riguardo.
E' ora di smetterla, oppure avranno avuto ragione i maya (mica quel pirlone di Emmerich). Fine del mondo il 21 dicembre 2012. minuto più, minuto meno.
Potrebbe anche essere già troppo tardi.
Inutile , altrimenti, emozionarsi davanti alla foto di un padre con una piccola vita spezzata in braccio.
A diecimila chilometri di lontananza e di sofferenza.
Ipocriti.

giovedì 7 gennaio 2010

Skypermac

Qualcosa, molto vago.
Fruscio, rumori di fondo.

venerdì 1 gennaio 2010

Karmic Koala

Tra quello che mi ha portato via tempo, oltre all'Attiliotto, le configurazioni di Ubuntu.
Questa casa è definitivamente FuckingBillFree.

eppi niu iar

Gentili ammiratori (?!) scusate il ritardo.
Sono stato un po' impegnato.

Torneremo presto a delirare di cinema.
Nel frattempo buon anno.